citazione #19

“Mia madre era una donna di piccola statura; aveva delle mani così minute e affusolate e diafane che sembravano quelle di una piccola fata. I suoi occhi erano grandi, pensierosi, penetrantissimi. Noi figli sentivamo il suo sguardo dentro il nostro animo frugare fra i nostri pensieri, i nostri sentimenti; e quando vi era qualche cosa che non andava, Ella infallibilmente se ne accorgeva.

Ad un figlio che, allora studente, le disse di essere stato promosso ad un esame mentre era stato solennemente bocciato, Ella, dopo averlo fissato negli occhi rispose: «No! Tu menti! Vergogna!». E stette un mese senza rivolgergli la parola. Per i figli il Suo silenzio era il peggiore dei castighi. Verso i figli è stata di una grande bontà e nello stesso tempo di grande severità.

La sua giornata era semplicissima: la mattina accudiva alle faccende domestiche e alla direzione della casa. Preparava Lei nel modo più semplice il pranzo e la cena al marito e ai figli. Il pomeriggio, dopo un breve riposo, scriveva. Non più di una ora e mezzo o due ore, tutti i giorni, anche i festivi. In quelle due ore un grande silenzio incombeva nella casa e noi ragazzi ci dicevamo l’un l’altro, sotto voce con un senso di mistero: «Parla piano, fai piano, ché la mamma scrive!».

E per noi era veramente un mistero veder nostra madre ritirarsi nel suo studiolo, tirar fuori da un cassetto dei fogli bianchi e riempirli di parole, con una calligrafia chiarissima, senza correzioni, senza pentimenti. Tutto ciò aveva per noi ragazzi come il significato di un rito. Inconsciamente comprendevamo che in quello studiolo, per quelle due ore, aleggiava il Genio della Creazione.

Verso sera riprendeva qualche faccenda di casa; o rammendava o disponeva la cena; raramente usciva, specie negli ultimi anni di Sua vita; le volte che ne era costretta si apprestava come se dovesse compiere un lungo viaggio. Dopo cena si ritirava nello studio e leggeva tutti i giornali e le riviste che le pervenivano. Tutto la interessava, e il giorno dopo segnalava a noi figliuoli quello che riteneva più utile per la nostra cultura. Vita dunque semplicissima. Ella stessa disse di sé: «Sono nata per la casa e per la famiglia. Sono religiosa. Sento l’Arte come un dovere».”

Franz

Grazia Deledda, biografia e romanzo – Mia madre -

la seconda prima volta

Ho passato quest’ultima settimana, anzi gli ultimi otto giorni, a casa mia in Sardegna. Sono tornata per votare, subito dopo la sessione invernale degli esami universitari. Ho votato per varie ragioni, ma la più importante è che questa era la mia seconda prima volta.

La prima prima volta è stata a 18 anni spaccati, quinta superiore, referendum abrogativo sulla fecondazione assistita che non raggiunse il quorum, lasciandoci con una delle tante leggi oscene scritte dalla chiesa che gentilmente legifera da decenni nel nostro stato laico. Quella volta, a diciott’anni, rimasi talmente delusa che scrissi una lettera piena di rabbia contro i partiti che dissero di non andare a votare, “è antidemocratico” pensai. Ricordo benissimo le quattro schede di colori diversi, ricordo le discussioni con le mie amiche per capire i quesiti e cosa significassero per noi donne – allora ancora ragazze – e ricordo ancora meglio di aver litigato, urlante, con un mio compagno di classe che a votare non era andato. Ricordo che entrando al seggio non sapevo che fare e guardai prima mia madre consegnare la carta d’identità per avere in cambio le schede, e così feci anche io. Ricordo di essere entrata dentro la cabina con la matita copiativa, che mi pareva a tutti gli effetti come una matita normale, e ricordo di aver letto cosa c’era scritto sulle schede. Ricordo l’emozione che vibrava sulla bocca dello stomaco mentre mettevo le quattro “X”, mentre ripiegavo le schede, e la ricordo crescere quando, uscita dalla cabina, infilai una per una le schede dentro le apposite scatole. Riconsegnai la matita e, per la prima volta come tutte le volte successive, dimenticai di riprendere la carta d’identità dal ragazzo a cui l’avevo consegnata.

La seconda prima volta è stata lunedì scorso. Le schede erano due, una per la Camera e una per il Senato. E mentre consegnavo la carta d’identità e mi venivano date in cambio le due schede elettorali cercavo quella sensazione allo stomaco della prima prima volta e la cercavo dentro la cabina mentre stendevo le due schede senza sovrapporle e la cercavo mentre mettevo le mie “X”, questa volta due, e la cercavo ancor più fuori dalla cabina mentre lasciavo cadere i due pezzi di carta con la mia volontà dentro le due scatole di cartone.

Ho riconsegnato la matita e ritirato la carta d’identità, senza dimenticarmene, per la prima volta.

Febbraio

Mi stupiva, mi aveva sempre stupito, quella sua aria noncurante. Camminava per i corridoi di scuola come se non esistesse nessun altro, neanche i professori. Molti anni dopo l’avevo rivisto camminare allo stesso modo per le strade di una città inaspettata. Non mi riconobbe, io sì. Pensai che non era cambiato neanche di una virgola: alto, magro e un po’ curvo, come solo quelli alti e magri possono essere. Il viso era pulito, dopo tutti quegli anni continuava a non avere neanche un filo di barba. D’improvviso, mentre l’osservavo, mi ritrovai di nuovo in quel corridoio, appoggiata alla parete e attenta a non farmi notare, ma con la speranza di essere abbastanza perché mi notasse.

Un brivido mi percorse la schiena. “Ancora”, pensai. Poi scomparve. Era un brivido freddo, Febbraio.

citazione #18

“Io non parlo mai dell’aspetto negativo della mia vita, prima di tutto perché non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così hanno essi stessi voluto consapevolmente.”

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere – 24 agosto 1931 -

Gennaio

La sera sedeva su una seggiola azzurro acceso ridipinta non si sa più quante volte, accendeva la stufetta alogena e aspettava che il calore raggiungesse le mani tese in avanti. Non era facile vivere soli d’inverno, neanche d’estate se è per questo, ma l’inverno – in particolare Gennaio – l’avevano sempre fatta cadere nello sconforto. Il primo mese dell’anno è superbo, pensava, è l’inizio di tutto, è l’illusione delle speranze che resteranno tali per tutto il resto dell’anno.

Il calore lentamente arrivava e prendeva le mani, il viso e le ginocchia. La seggiola era bassa e la faceva stare leggermente accovacciata. Qualche anno prima, quella posizione, era la più desiderabile per quei giorni d’inverno, ma da un po’ di tempo sentiva la schiena lamentarsi dopo pochi minuti. Non ci badava, all’inizio, e obbligava il cervello a ignorare il resto del corpo. Non era raro che si perdesse nei ricordi – come chiunque non abbia un futuro da costruire – e se solo avessero potuto leggerle la mente ci avrebbero trovato tutte le soluzioni ai problemi passati che, ormai passati, non avevano più soluzione.

Ogni tanto si guardava allo specchio, riconosceva Gennaio. Era diventata il mese peggiore dell’anno, il primo, superbo, solo false speranze.

senza biglietto

Avete mai viaggiato in autobus – o tram o qualunque mezzo pubblico – senza biglietto? Lo ammetto senza troppa vergogna, a me è capitato più di una volta, e non lo consiglio a nessuno.

Succede che quando sali senza biglietto su un mezzo pubblico hai la consapevolezza esatta di essere dalla parte del torto: stai commettendo un’infrazione e la cosa peggiore non è la multa da pagare nel caso ti becchino, anche se è brutta assai pure quella, ma l’esternazione pubblica di quell’errore davanti agli altri passeggeri.

Quindi sali sull’autobus con la consapevolezza di essere nel torto e sperando che questa condizione non venga resa pubblica. La tecnica per evitarlo è tanto facile quanto stressante: bisogna essere sempre vigili, posizionarsi nei luoghi del mezzo da cui si possono osservare le fermate così da individuare, in caso, i controllori che si muovono sempre in branco (tre o quattro persone vestite allo stesso modo non passano inosservate). Nel caso si dovessero scorgere all’orizzonte si può scegliere di convalidare il biglietto o di scendere alla fermata in questione. Bisogna essere sempre pronti con una strada alternativa, una scappatoia che faccia allontanare l’umiliazione del torto pubblico.

Se il viaggio è lungo, diventa uno strazio: non ti puoi permettere neanche per un attimo di spostare l’attenzione sul tragitto per perderti nei pensieri, leggere un libro, un giornale o anche solo i cartelloni pubblicitari. Non puoi ascoltare musica, perché contribuisce a farti immergere nei pensieri. È uno stato d’ansia continua, finché non arrivi a destinazione e il pericolo è scampato. Per questa volta.

Ora prendete lo stato d’ansia da mancanza di biglietto e trasformatelo in uno stato d’ansia continuo e costante e presente ogni volta che uscite di casa da soli all’imbrunire, o anche di giorno a seconda del quartiere, e immaginate di camminare per le strade della vostra città con il pensiero fisso di non sapere cosa potrebbe accadere. Incrociate le persone e osservate come vi guardano, osservate i gruppi di ragazzi o uomini e controllate che direzione prendano. Non ascoltate musica perché dovete ascoltare i passi di chi cammina dietro di voi e magari si avvicina. Ogni tanto voltate la testa per controllare a chi appartengano i passi, e se si tratta di un uomo è automatico portare la mano al cellulare. Si cammina ancora e il panorama che si incontra non ha niente di bello, è solo il contesto in cui qualcosa di brutto può accadere, in cui la debolezza può essere smascherata.

Allora mi chiedo perché le donne debbano sempre sentirsi di viaggiare senza biglietto, pure se sull’autobus non ci stanno. E poi, questo biglietto, a chi lo dobbiamo pagare?

citazione #17

“Togliersi di lì senza sapere dove mettersi”

Erri de Luca, Senza sapere invece

tutte scuse

Non scrivo da un po’ sul blog, a parte qualche confessione più adatta a un diario. Però forse no, dopo tutto questo spazio è un’agenda, la mia agenda. La lascio aperta sul comodino, come quando da ragazzina ci lasciavo aperto il diario sperando che qualcuno leggesse e capisse le mie sofferenze di sedicenne incompresa. Quindi è pur sempre uno spazio personale, anche se poi un mix di conosciuti e sconosciuti ci possono ficcare il naso.

Non scrivo da un po’, non saprei dire il perché. Me lo chiedo assai, e non per forza per trovare una risposta, mi basterebbe semplicemente riprendere e la risposta sarebbe quella. Ma è una di quelle cose che non puoi chiamare, non puoi provocarti, o viene o non viene. Tutto questo è forse fin troppo facilmente assimilabile allo stimolo di andare in bagno, e non lo faccio mica apposta a ritornare sempre sul cesso.

Quindi niente, in questo periodo come si può notare non ho nessuna perla di saggezza sul mondo, nessuna briciola d’ispirazione, e mi pareva necessario condividere con voi questo momento di secchezza cerebrale.

Buone cose.

nel frattempo

Ho messo il piumone quindi per forza è iniziato l’inverno, anche se solo nelle mie notti. Però c’è da dire che di giorno mica c’è così freddo, oggi per esempio c’era un caldo che a sentire mia madre pure a casa si poteva andare al mare e farsi il bagno. In effetti tornando da lezione ho pensato “Che bello sarebbe mettersi in terrazzo a prendere il sole e abbronzarsi come d’estate”, ma poi la lezione finiva alle sei e il sole inizia già a tramontare e non puoi mica fingere che d’estate il sole tramonti alle sei. E ogni volta che le stagioni cambiano mi ricordo quel concerto di Guccini in cui disse che il primo giorno d’estate non è poi così bello, perché vuol dire che le giornate si faranno sempre più corte, e da quel giorno il primo giorno d’estate non mi piace più. E poi pensavo che non so ancora cosa voglio fare, che scrivo un blog che sembra un diario, che studio o almeno ci provo, che parlo con la gente, che passo le mie giornate a chiedermi come diavolo possano passare cosi in fretta le mie giornate, e tante altre cose. A volte scrivo sui social network, ma li studio  anche, quindi non so più perché li uso. Che ne so. La gente continua a chiedermi cosa voglio fare, la gente continua a chiedersi cosa si debba fare, io non lo so cosa voglio fare e non so cosa si debba fare.

Nel frattempo ho messo il piumone perché è arrivato l’inverno.

senza parole

A quei tempi pareva normale, ma qualche sopravvissuto raccontava di aver vissuto in un’epoca in cui normale non era. Gli studiosi spiegavano, in termini certo più tecnici, che la normalità è una questione di tempo e di spazio non un concetto assoluto, ed era per questo che quelle testimonianze viventi erano così importanti.

La scuola ci portava ogni anno a seguire delle conferenze e spesso a parlare venivano questi sopravvissuti, questi testimoni che a noi, però, sembravano solo nonni. Raccontavano, e non ricordo con precisione le loro parole, forse perché non le ascoltavo con troppa attenzione, ma ricordo perfettamente che il loro raccontare era accompagnato da movimenti delle braccia, da gesti delle mani, dalla mimica del viso. Ricordo anche che a un certo punto calò il silenzio e un testimone, avrà avuto ottant’anni, interruppe il racconto per fare  un respiro più lungo del solito. Durò qualche secondo di più, e in quel tempo volse lo sguardo verso l’alto e gli occhi gli si fecero lucidi. Fu in quel momento che il silenzio calò e anche io smisi di parlare col compagno seduto accanto a me. Guardai il vecchio e, senza che me ne rendessi conto, mi si bagnarono gli occhi. Poi riabbassò lo sguardo, lo puntò su di noi e sorrise. Mi scese una lacrima lungo la guancia, e subito l’asciugai cercando di non farmi notare.

Così quando ormai vecchia raccontai ai miei nipoti che la vera felicità e la vera tristezza non si possono scrivere loro mi credettero subito e non perché glielo dissi, ma perché glielo feci vedere.